m@w e la settimana bianca

Come tutte le famiglie che avevano una discreta possibilità economica tra fine anni ’70 e inizio anni ’80, la famiglia di m@w andava in settimana bianca.
La famiglia di m@w non aveva una possibilità economica tale da permettersi una località turistica di classe o una seconda casa in una località turistica che negli anni ’70 sembrava di classe e adesso sembra una città fantasma del selvaggio west con la stazione della funivia al posto del saloon. La famiglia di m@w prendeva una casa in affitto assieme a dei cugini con figli coetanei in una località dove, a passarci adesso, sembra che gli anni ’80 siano ancora lì.
Le famiglie che avevano una discreta possibilità economica tra fine anni ’70 e inizio anni ‘80 andavano in settimana bianca perché i figli imparassero a sciare.
m@w odiava sciare.

m@w odiava sciare perché ha sempre avuto un freddo boia e gli scarponi di plastica blu o rossi coi ganci che ti amputavano le dita assiderate e le calze di lana che le faceva sua nonna e che avevano il solo scopo di farle prudere i polpacci fanno ancora parte dei suoi peggiori incubi.

m@w odiava sciare perché i suoi cugini la prendevano in giro perché erano più bravi di lei, sia perché a loro piaceva sciare, sia perché non trascorrevano le giornate nascosti nel bagno del rifugio a tentare di recuperare le estremità abbracciando un calorifero o facendovi scorrere sopra dell’acqua calda.

m@w odiava sciare perché suo padre non riusciva a capire come a lei potesse non piacere quello che ai suoi cugini piaceva tanto e per cui lui spendeva una botta di soldi e la veniva a cercare. Suo padre non sarebbe mai entrato nel bagno delle donne, sua cugina invece sì, così m@w veniva rispedita a calci in culo a farsi piacere per forza quello che in fondo odiava.

Appena ha potuto, m@w ha giurato a sé stessa che non avrebbe sciato mai più. Per fortuna non aveva ancora figli, altrimenti li avrebbe stecchiti entrambi. Un’unica volta m@w ha tirato fuori sci e scarponi, che probabilmente da qualche parte ancora possiede, metti mai che un giorno riesca a donarli alla  sezione anni ’80 di qualche museo dello sci, ed ha acconsentito a sciare assieme all’uomo dei treni, facendosi giurare che in cambio lui avrebbe provato a fare sci di fondo, più calorosa attività alla quale m@w si era dedicata dopo aver felicemente abbandonato la discesa. Per fortuna anche l’uomo dei treni non aveva figli o, per lo meno, non erano i figli di m@w, altrimenti li avrebbe stecchiti anche lui.
m@w comunque non gliel’ha ancora perdonata. Nei favolosi anni ’90 m@w e l’uomo dei treni si sono guardati in cagnesco ed hanno sciato, ognuno a modo suo, pochissimo. Ormai nel 2000, la prima che passava per strada, equivalente femminile del classico sposo da principessa viziata, ha convinto l’uomo dei treni a provare lo sci di fondo e l’uomo dei treni, dopo dieci anni ha convenuto che sì, è una figata.
E questa, m@w gliel’ha perdonata ancor meno della precedente.
Poi m@w rimase incinta.
Poi aveva una neonata.
Poi aveva una bambina che a malapena camminava.
Poi aveva una bambina che voleva camminare.
Poi era di nuovo incinta.
Poi di bambini ne aveva due.
Negli ultimi sette anni, m@w ha messo gli sci da fondo un numero minore di volte.
m@w si era giurata che non avrebbe mai costretto i suoi figli a sciare in alcuna modalità, se non espressamente richiesta, ma lo scorso anno è stata indotta con l’inganno ad iscrivere la Minica ad un mini corso propedeutico assieme all’amichetta del cuore. Poi, lei che non ha mai fatto mistero del fatto che lo sci da discesa le facesse cagare e anche un po’ di paura (e che quello da fondo forse sarebbero state troppo un paio di palle), oltre ad essere un’attività particolarmente dispendiosa e nature-unfriendly, è stata abbandonata a bordo pista a morire di freddo sorridendo incoraggiante ad una Minica con le lacrime agli occhi. La Minica, non m@w. Per mezz’ora, dopo di che hanno lasciato che gli altri sciatori di divertissero senza di loro.
Ed anche questa, all’uomo dei treni non gliela perdonerà mai.

Per l’ennesima volta, m@w e l’uomo dei treni, nel loro progetto di bi genitorialità hanno convenuto bilateralmente che per garantirne la buona riuscita sarebbe molto meglio se ognuno si dedicasse preferibilmente alle attività che gli sono più congeniali: m@w a quelle intellettuali-artistico-musicali e l’uomo dei treni a quelle sportivo-ludico-avventurose. Ciò nonostante m@w ha insegnato ad entrambi i figli ad andare in bicicletta con (e alla Minica, senza) rotelle, in monopattino, in slitta, sott’acqua e a fare un sacco di altre cose che non le sono affatto congeniali.
Ma, sciare no, no e poi no.
Oggi la famiglia di m@w parte per una mezza settimana bianca in cui teoricamente i Minici dovrebbero provare a sciare altrimenti davvero non capisco perché ci ostiniamo ad andare in montagna piuttosto che da un’altra parte. E m@w ha già imbarcato in valigia una meravigliosa tutina da fondo anni ’90 che indosserà incurante del fatto che le sua gambe non siano, da nessun punto di vista, quelle di venti e nemmeno dieci anni fa, e, dopo aver consegnato i Minici alle cure del papà discesista, andrà a sciare.
In salita.

Categories: andare in montagna, darsi una sistemata, fare la valigia, mettere qualcosa in soffitta, sbaciucchiare l udt | 12 commenti

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12 risposte a “m@w e la settimana bianca

  1. mammadidue

    Mammadidue è una patata lessa, con indomite velleità di sfolgoranti recuperi, ma pur sempre una patata lessa. Mammadidue, non essendo mai stata costretta a sciare perchè i genitori non se lo potevano permettere (o in ogni caso così asserivano), prova un’enorme attrazione verso quel mondo lì: macchina con gli sci sul portapacchi, sosta in autogrill intabarrati in tutine fighissime (è così che da piccola mi capitava di incrociare i pellegrini dello sci e ora, abbiate pazienza, fanno parte del mio immaginario :-]), luce accecante, cielo blu, piste che aspettano solo te, una meritata cioccolata calda (che dà più gusto di una cioccolata calda e basta, presa dopo nessuno sforzo). Mammadidue ha sposato un uomo nella sua condizione, che non ha mai messo gli sci ai piedi e, nate le bimbe, il sogno della giornata (/giorni) di fuga, tutti assieme, a sperimentare la montagna in condizioni diverse da quelle note (primavera, estate, autunno) non è sfumato, anzi, si è rafforzato. Nel 2009 mammadidue vide, dai finestrini del pullman che la stava portando in un ameno paesino bavarese a visitare una struttura scolastica, tante figurine che scivolavano lievi nella neve, sparendo nei boschi, meravigliosamente al piano: pensò che forse, un giorno, ci sarebbe stata una speranza anche per lei, per quanto faticoso possa essere per una patata lessa, e si segnò sul taccuino il nome del paese dal quale stavano passando. L’anno scorso mammadidue ha compiuto un ulteriore passo avanti: ha visto per la prima volta una pista da sci, trascorrendo la mattina a bobbare con le bambine. Domani mammadidue parteciperà di nuovo all’annuale domenica sulla neve organizzata dagli stessi amici e, ieri pomeriggio, non del tutto convinta di star facendo la cosa giusta, ha acconsentito a prenotare un’oretta con il maestro per entrambe le bimbe. Leggendo per bene l’esperienza della cara m@w, adesso mammadidue pensa che no, le sue bimbe non verranno mai costrette a perseverare se non dovessero amare questa attività. Il suo problema, semmai, è che non sa come potrà farsi perdonare dal marito per aver concretizzato l’iniziazione, dal momento che l’unico freno del marito è: ma se poi a loro piacesse da morire, dove li troviamo i soldi per permettere una passione che può essere decisamente dispendiosa?? Mammadidue però adesso lavora, sa di poter almeno ‘limitare i danni’, e si concederà il lusso di stare a guardare le bambine e la loro reazione, senza crucciarsi troppo per i quaranta euro. Con la macchina fotografica in mano, perchè le piste sono solo da discesa :-]]] (parentesi quadra, m@w!!!!!]

  2. bellissima descrizione, manca solo un piccolo dettaglio: la polenta. io odiavo sciare tanto quanto te, credo, e sono stata trascinata a forza con la scusa del “andiamo in montagna, così a pranzo mangiamo polenta e spezzatino!”.

    buona sciata in salita! ;)

  3. Odio la montagna d’inverno, e l’ho scoperto grazie alla scuola media, che tutti gli anni ci portava in settimana bianca. L’80% dei ragazzi a sciare, mentre io ho provato il fondo (un par di balle…) e ho preferito le passeggiate. Belle quanto vuoi, se non fosse che a me essere circondata dalla neve dà fastidio a livello proprio ottico (per dire: mi può capitare di avere problemi anche in una stanza troppo bianca, resto come flashata). Tutto questo per dire che, se i miei figli mai vorranno andare a sciare, lo faranno con i loro amici. Le mie risorse economiche sono troppo limitate per sprecarle a cercare freddo e neve.

  4. AlessandraDG

    Ciao,
    come spesso i tuoi post mi piacciono un casino, e mi rimescolano tutta una serie di ricordi.
    Non ho un blog, non saprei nemmeno troppo che cosa farne, temo un po’ di “disturbare” nel tuo con un commento chilometrico, ma avevo voglia di condividere.
    Spero comunque che vi divertiate, a fare ognuno quello che vuole.
    Buone vacanze.

    La famiglia di alessandra andava a sciare in un luogo, allora sfigato e oggi alla moda, degli appennini, negli anni 70.
    Perche’ il papa’ e la mamma di alessandra avevano dei risparmi per comprare una stalla per mucche e trasformarla in una casa in quel paesino. In fai da te, e gia’ su questo si potrebbe scrivere un libro.
    Perche’ il papa’ di alessandra era un appassionato di sci. Della sua prima giovinezza in cui era emigrato a milano ancora si raccontano queste trasferte la domenica (penso che il we non fosse ancora stato inventato) in cui si infilava in una cinquecento con amici altrettanto appassionati e andava a sciare nelle localita’ famose e rinomate delle alpi.
    Il papa’ di alessandra aveva addirittura gli scarponi coi ganci metallici a meta’ degli anni sessanta.
    Il papa’ di alessandra, un po’ ottimista riguardo le doti atletiche della figlia, le ha regalato a tre anni il suo primo paio di sci.
    E tutti gli sci successivi.
    Alessandra voleva molto bene al suo papa’.
    Il problema di alessandra era che aveva freddo e le si ghiacciavano i piedi.
    E soprattutto aveva paura.
    alessandra si ricorda della sensazione di paura sul bordo della discesa, del non voler scendere, della nebbia, del freddo, dei piedi ghiacciati, di una volta in cui le si sono quasi congelate le dita, delle lacrime sparse, e di un papa’ che urlava piu’ sotto: “scendi scendi, non DEVI aver paura” perche’ poi forse aveva semplicemente un gran freddo anche lui.
    Ma lei piangeva, era sempre l’ultima e tutti i cugini che l’aspettavano.
    E forse alessandra non ha mai smesso in nome dell’affetto.
    E comunque si ricorda delle settimane bianche in cui la mamma e il fratello piccolo venivano lasciati a casa e andavano solo lei e il papa’.
    E della volta in cui tentando di imitare il libro che avevano a casa e fare un salto su cunetta e’ affondata in un mucchio di neve e il papa’ non la trovava piu’, ma poi l’ha tirata fuori.
    Poi il papa’ di alessandra ha incominciato a portare solo il fratello meno pusillanime alle settimane bianche, anche perche’ alessandra era anche un po’ secchiona.
    Ma poi e’ successo. alessandra e’ andata a 17 anni di nuovo a sciare con il suo papa’.
    Si e’ messa gli sci aspettandosi quella sensazione mista di piacere e angoscia, e’ scivolata e ha scoperto che la sensazione era cambiata. Era solo piacere. alessandra non aveva piu’ paura di sciare.
    E la tecnologia aveva fatto il resto, per cui non aveva nemmeno piu’ freddo.
    E lo sci da sola con l’amica sono stati i primi esperimenti di completa autonomia.
    Poi il papa’ di alessandra ha avuto un incidente.
    alessandra a volte sciava.
    Quando alessandra ha avuto DG voleva trasmettergli lo sci.
    Ma alessandra e’ memore di certe esperienze, cosi’ DG ha avuto il maestro Werner, e la maestra Erika, che gli davano Gummi Baerchen a ogni discesa (fa niente le carie :-) ), e poi ora c’e’ internet, cosi’ alessandra ha comprato a DG, che pure soffre un po’ il freddo, tutta la biancheria tecnica tedesca per stare caldi. E il sottocasco di seta. E i sottoguanti. E ora c’e’ il tapis roulant e non il “salire a scaletta”.
    L’anno del maestro Werner alessandra e’ andata a sciare con la sua migliore amica, a sua volta bambinimunita. E si sono rese conto di quanto fosse faticoso trascinare bambini un po’ recalcitranti, con gli scarponcini ai piedi, e X paia di sci e non dover dimenticare niente.
    E hanno pensato ai loro genitori.
    Il leitmotiv della vacanza e’ stato: ” accidenti a quanto ci piace lo sci”.
    E ad un sufficiente avanzamento di carriera hanno deciso che si va qui:
    http://www.cavallino-bianco.com/
    per non fare piu’ la strada a piedi trasportando sci :-) .
    In quella vacanza alessandra sciando si e’ anche lussata la spalla, ma se la ricorda comunque bellissima.
    E l’anno in cui aveva GD nella pancia alessandra ha fatto, che palle, la mamma del bimbo sciatore, che gli mette gli scarponi, e lo aspetta al bordo pista sotto la neve, il vento e la tormenta.
    Ma quell’anno DG ha fatto col suo papa’ (che ha imparato anche lui con alessandra) una delle piste che faceva alessandra da piccola con il suo papa’, e quando e’ arrivato e ha detto illuminandosi: “e’ stato bellissimo”, alessandra, che aveva pure l’ormone impazzito, ha pianto come una fontana.
    E ora alessandra puo’ sciare con DG ed e’ bellissimo, anche se lui, come lei da piccola e’ un po’ terrorizzato, e tiene uno spazzaneve largo tre metri. E ha anche una piccola che si indica e dice: “sci sci, tu tu” e vuole degli sci: “picculi picculi”.
    Per fortuna quest’anno ha fatto tanta neve.

  5. Acc… mi ero dimenticata di scrivere di come l’unica settimana bianca che mi ricordi con piacere fu quella in cui noi cugini ci ammalammo tutti e al martedì eravamo già a casa!
    Stavolta invece è andata bene, i Minici hanno sciato, discesa e, sorprendentemente, fondo, io ho sciato, fondo, e l’udt ha sciato, fondo con me e discesa un po’ da solo e un po’ con la Minica, oramai sdoganata allo skilift.
    Ho una perplessità per mammadidue, che poi era la mia perplessità: i miei erano delle patate abbastanza lesse, ma tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 avevano quarant’anni, mio padre, e trenta, mia madre. Si misero gli sci e con stile non particolarmente apprezzabile e per alcuni anni mi stanarono dai rifugi accompagnarono sulle piste. Quando smisi io, fecero altrettanto (mia sorella, più determinata di me, sciò per due inverni soltanto prima di comunicare che non ne voleva proprio sapere).
    Il punto, che ho spiegato con dovizia di particolari all’udt, casomai gli fosse sfuggita quest’implicazione ed il suo grado di coinvolgimento negli anni a venire, è che, finita la lezione col maestro, una volta che i bambini imparano a sciare non li puoi abbandonare sulle piste. Qualcuno, non io, deve andare a sciare con loro. Quindi, va bene la lezione-gioco esplorativa, ma se poi nessuno vuole l’incombenza?

    Vi lascio alcuni altri dubbi che hanno risvegliato i vostri commenti, altrimenti pensate che l’altitudine mi abbia dato alla testa e non sia più io:
    Ummm… una “meritata” cioccolata calda (vale anche per i Gummibärchen di cui anche noi siamo stati inevitabilmente vittime)… e cosa avremmo fatto per “meritarcela”? Quanto è radicata quest’abitudine di dare una “ricompensa” per qualcosa che già di per sé dovrebbe essere un divertimento e quanto toglie al divertimento stesso? Non che la prospettiva di una cioccolata calda sarebbe bastata a farmi amare lo sci da discesa…polenta e spezzatino… nemmeno.

    Andare a sciare da grandi con gli amici… l’ho fatto. O meglio, sono andata a non-sciare con gli amici. Per l’epoca in cui godevo di tale libertà la mia tecnica e la mia attrezzatura erano già troppo inferiori a quella dei miei amici a cui piaceva. E, viste le mie non laute finanze, coi soldi dello skipass preferivo comperarmi tutte le cioccolate calde che ritenevo di meritarmi, anziché arrancare dietro agli altri, eternamente ultima. Ma imparare a sciare (e questo vale anche per molte altre cose) è immensamente più facile da piccoli che da adulti – già l’approccio più fisico del Minichino è diverso da quello più cerebrale della Minica – ed essere l’unica principiante assoluta (e questo vale anche per molte altre cose) in un gruppo di coetanei adolescenti presuppone una dose veramente massiccia di autostima. Una dose sufficientemente alta io l’ho trovata solo dopo i diciott’anni, quando ho cominciato autonomamente a buttarmi, da principiante assoluta, in una serie di attività, sportive e non; in molti casi, però, era già troppo tardi per fare “bene”, anche se solo a livello di ipotesi. Mi resta il rammarico di non aver saputo trovare coi miei genitori un linguaggio comune per superare prima questo mio limite ed il dubbio che quando i miei figli recalcitrano potrei ritrovarmi a commettere lo stesso errore. Da un lato, certo, non obbligare i nostri figli a svolgere attività sgradite, non sovraccaricarli di impegni, non riversare su di loro le nostre aspettative, fidarsi della loro competenza… dall’altro non privarli di opportunità che sono alla nostra portata semplicemente perché non piacciono a noi, non tarpare loro le ali e mantenere il più ampio possibile il ventaglio delle loro possibilità quanto più a lungo possibile… non scambiare per scarsa predisposizione, o incostanza o indolenza quello che magari è qualcos’altro.

    Quanto mi è piaciuto il racconto di Alessandra! Ripeto ancora una volta, anche visto lo scambio recente con melanele; non abbiate timore di “invadere” coi vostri commenti, di essere polemici, di esprimere opinioni contrarie o di puntualizzare la vostra. Io le vedo come occasioni di arricchimento della discussione. Rischiando di far imbizzarrire pure lei e di inimicarmi tutti gli albergatori del Sud Tirolo, anticipo una mia perplessità sui family/kinderhotel che ultimamente vanno di moda anche da noi (confesso però di non esserci mai andata; inoltre, siccome parto prevenuta, credo che non ci andrò mai a spese mie e, dopo questa, sicuramente nessuno mi regalerà un week-end in un kinder hotel con una spa favolosa) e sui villaggi turistici a cui li accomuno; a me il nord Europa (in cui includo il Sud Tirolo) sembra abbastanza family-friendly così com’è, senza bisogno di luoghi dedicati, ma finti. Sono sicura che i Minici si divertirebbero tantissimo in un grande hotel-parco-giochi e che anche noi potremmo approfittare di qualche momento di relax (o attività) in più, però… non è un po’ come andare in vacanza nello stesso posto, ma non insieme? Magari la penserei diversamente se fossi una SAHM o una WHAM, ma le vacanze per me sono già un momento speciale e soprattutto una delle occasioni per stare CON i miei figli, senza bisogno di trasformarle ulteriormente in un luna park. In più mi inquieta la figura di quello che mi deve far divertire: mangiare/bere, ok, maestro di sci, va bene, ma l’animatore… grazie, mi diverto benissimo per conto mio. Ne abbiamo discusso anche recentemente io e l’udt, che da bambino/ragazzo è stato invece un frequentatore entusiasta di villaggi e crociere. Siccome le sue descrizioni di serate-karaoke e corsi di vela mi fanno lo stesso effetto della settimana bianca forzata, lui sostiene che io sia una disadattata della vacanza.
    Il che, naturalmente è piuttosto vero.
    Di vent’anni di animazione, però, a lui cosa è rimasto?

  6. anna

    i tuoi commenti aprono nuovi scenari..all’udt non so, a conoscenti che hanno vissuto le stesse esperienze e’ rimasta un’incredibile e fastidiosa facilita’ ad annoiarsi ed a riempire il tempo libero loro ed altrui.
    (pure io reduce da anni di sci e freddo, in trentino pero’. e tutto per dei cubetti di cioccolata amarissima”che scalda di piu’” (e fa schifo, aggiungevo io). ho ripiegato pure io sul fondo ma appena ho potuto ho abbandonato anche quello. aggiungiamo il carico da 11 della montagna in estate, questa volta a respirare aria buona. insomma, io non sopporto la montagna, mai, mai,e i miei mi hnno costretto per anni, che roba, ancora non glielo perdono..)
    quanto insistere e quanto no con i figli di fronte ad una novita’? ancora annaspo e faccio molti scivoloni prima di capire ogni volta se e’ timidezza o rifiuto. tipo che per iniziare capoeira ho insistito un paio di volte e proprio quando stavo per lasciare perdere e’ scattata la scintilla ed e’ passata la timidezza.ora guai a perdere una lezione, si e’ anche esibito in pubblico molte volte e con gioia. incredibile e per poco non lasciavvo perdere.ma come so se altre occasioni ed attivita’ sarebbero state lo stesso se non mi/ci fossimo scoraggiati troppo presto?

  7. anna

    la piscina. ecco, io ancora rimugino. per emiliano (che sa nuotare bene e adora l’acqua) prepararsi,mettersi costume e occhiali e cuffia in mezzo ad altri bambini era troppo. e’arrivato fino a bordo vasca e poi via.una,due,tre volte.e abbiamo lasciato perdere, daltronde lui si rifiutava di andare, sembrava la scelta piu’ rispettosa ma ancora il tarlo del dubbio mi rode.

    • @d anna: in effetti anche l’udt soffre di un certo horror vacui, ed è uno degli aspetti del suo carattere che non mi entusiasmano e che avevo in un primo tempo sottovalutato.
      A me la montagna piace e non mi sarebbe spiaciuta anche d’inverno trent’anni fa se vi fosse stata una soluzione o almeno una tregua al freddo che, tuttora e nonostante tutte le migliorie tecniche, patisco se non ho il cuore che pompa come uno stantuffo. D’estate ci andavamo perché, a sentire i miei, non era possibile portarmi altrove dopo un esperimento, fallito, in Toscana quando di anni ne avevo tre. Ma mi piace anche il mare e più di tutto mi piace vedere cose nuove. In questo ha ragione l’udt: la mia idea di vacanza non è quella di un periodo di riposo, che, anzi, mi innervosisce se penso a tutto l’“altro” che si potrebbe fare.

      La Minica e l’esperimento fallito con lo sci dell’altr’anno mi aveva dato da pensare, perché non si trattava solo dello sci. Era novembre e la Minica a novembre andava sempre in tilt (quest’anno c’è andato il Minichino, si vede che i Minici son fatti così…). C’era stata un’attività artistica molto destrutturata in un laboratorio che si ispira al metodo di Reggio Emilia, ma c’era il bambino X che, a sentire lei, la stuzzicava; c’era stata una lezione di prova ad un corso di euritmia tenuto da una maestra waldorf, ma nemmeno. Ha sempre gradito la piscina, finora in ambienti non competitivi, ma che già dal prossimo anno potrebbero andarle stretti.
      Ecco, potrei scrivere un altro post che si chiama m@w e la piscina.
      Anzi, l’ho scritto.

  8. mammadidue

    Per quanto riguarda la “meritata” cioccolata calda: ecco, vedi m@w, tu ragioni da magra!! Come dovrei imparare a fare anch’io, stando al libro che sto leggendo a spizzichi tra altre cose… Mi spiego meglio: non mi aveva nemmeno sfiorata l’idea che quella frase potesse essere interpretata in chiave pedagogica, perchè pensando all’azione di meritarsi una cioccolata (senza sensi/eccessivi sensi di colpa) non avevo assolutamente in mente le mie figlie: solo la mia bilancia. Il che, pensandoci adesso che il tuo commento mi ha prospettato due bimbe coi baffi di cioccolata e l’occhio beato, potrebbe candidarmi alla finale di “madre degenere dell’anno”… dico bene? ;-]]

    Mitici i tuoi: imparare anche dopo i trent’anni, alla facciazza dello stile apprezzabile!! Ora che me l’hai detto, chi mi ferma più? No, perchè a me stare a bordo pista ha fatto venire una gran voglia di imparare… e mi è piaciuto immensamente aver passato la giornata in tre. Sorprendentemente – ma non inspiegabilmente – rilassante. …

    Molto interessante la riflessione sul “dubbio che quando i tuoi figli recalcitrano potresti ritrovarti a commettere lo stesso errore”. L’anno scorso era inevitabile che l’ormai superato disagio della minica sugli sci desse la stura ai tuoi ricordi meno piacevoli, facendoti vivere più a fondo un conflitto simile a quello citato da Anna a proposito della piscina, o della capoeira, ad esempio. Non sappiamo mai con esattezza quale sia punto in cui può scattare l’interruttore… nè se mai scatterà. Talvolta assecondare subito il ritiro va incontro alla nostra parte bambina che ha brutti ricordi di quell’esperienza… In ogni caso, ricordi o non ricordi, si resta nel dubbio: se avessi accompagnato un pezzetto oltre mio figlio, sarebbe arrivato il momento in cui avrebbe goduto appieno di quell’attività? Così non lo sapremo mai…
    Per quanto mi riguarda, con la mia secondogenita quest’anno ho accolto al volo la sua ritrosia per la danza: richiesta da lei, al massimo dell’entusiasmo perchè sentiva i racconti delle amiche che ci andavano, l’impatto con la lezione di prova si era poi rivelato una delusione cocente. Si sentiva estremamente a disagio: non abituata al bambinese della maestra, indietro rispetto alle altre bimbe che avevano cominciato qualche mese prima… un po’ come me, quando fui buttata in un corso di danza, iniziato da tot mesi, a cinque anni, così “socializzavo” e diventavo più “aggraziata”. Le fotografie conservate con cura nell’album di famiglia, inviate ai nonni lontani ecc. immortalarono per i posteri la mia totale ed eclatante mancanza di sincronia con le pose delle compagne di corso. E il mio sguardo sempre girato verso di loro nello sforzo di imitare. Stendo un velo pietoso, che in un’occasione non fu solo metaforico :-], sull’abitudine della maestra di negare il permesso di andare a fare pipì durante la lezione. Ecco, inutile dirlo, non ho insistito quando ho visto il disagio di mia figlia… Non credo avrei mai avuto la forza di accompagnarla a cercare l’interruttore. Però, qualche settimana fa, lei mi ha chiesto di provare ginnastica artistica, che si tiene nell’edificio di fronte a casa nostra. La lezione di prova l’ha osservata sulle mie ginocchia… ma ridendo. E ha inanellato una serie di capriole dopo l’uscita degli altri bambini. Da allora partecipa entusiasta e non vede l’ora che arrivi il giorno della lezione.
    Un caso in cui l’interruttore è saltato fuori da solo, senza bisogno di iniziativa ulteriore da parte del genitore.

    Nel frattempo le lezioni di ginnastica artistica sono diventate una finestra, di cui farei volentieri a meno, sulle lodi sperticate e le ricompense a base di caramelle gommose. Ricompense che mi sembrano un diffuso modus operandi che scatta in automatico, perchè se la maestra avesse osservato davvero la gioia delle bambine quando si muovevano, avrebbe notato che non si sentiva la mancanza di una ricompensa. Che si stavano già divertendo talmente per la varietà degli esercizi proposti e per la simpatia dell’istruttrice, che non agivano per avere una ricompensa: trovavano già ricompensa in quello che facevano. E a me tutto ciò sembra così prezioso e da preservare…

    Avrei altre cose da aggiungere, ma siccome devo cominciare la giornata, mi limito a questa: a scuola avete trovato comprensione da parte degli insegnanti per la mezza settimana bianca, non ci sono state difficoltà? Ricordo che era una delle tue perplessità quando pensavi alla primaria…

  9. alessandraDG

    Acc mi ero persa i commenti nuovi!
    Animazione: lungi da me l’animatore di turno…tutta la famiglia li sfugge come la peste! Pensavo solo alla minimizzazione dello sforzo fisico :-) , uscire e trovare le piste, senza dover trasportare gli sci (e anche se sono piu’ leggeri oggi, sono comunque un bel peso), e poter andare in piscina senza dover fare il “vesti-svesti”.
    Come te per me vacanza essenzialmente e’ vedere cose nuove.
    Ricompensa cioccolatosa: anche a me e’ un discorso banale di calorie: se fai uno sforzo fisico e stai al freddo la botta di zucchero ti fa solo bene, e mangiare senza sensi di colpa e’ sublime :-) .
    Mio padre ci faceva sciare ad orari da impiegato: 9-17 quasi senza pausa :-) , e andavamo avanti a botte di cioccolato, rigorosamente fondente. Quando sciavamo ne era sempre fornito, normalmente invece no. Era un modo per essere “In vacanza”, un po’ fuori dalle regole che vigevano normalmente.
    In quanto all’insistere con i recalcitranti: io lo faccio, penso che dipenda dai bambini. Se devi insistere per fare qualcosa e poi insistere perche’ si smetta perche’ e’ ora di andar via, allora la prima insistenza ci voleva. Mi sono incartata con le parole?
    Con la piscina abbiamo “Insistito” due anni, poi mollata, ma sono ancora convinta che semplicemente le condizioni erano sbagliate.

  10. daniela

    Ciao momatwork, ti seguo da un pò e ammirando tra le altre cose la determinazione nel voler far vivere ai tuoi bambini vacanze diverse dalle solite e scontate, ti chiedo cosa rispondere ad una suocera che ti considera una madre scellerata perchè contraria a portare i bambini per 15 giorni al mare “perchè fa bene” e premonizza inverni con i bambini perennemente ammalati. Ciao a presto
    Daniela

    • Ciao Daniela e benvenuta. Credo che alcune suocere siano caratterialmente portate a considerarci delle madri (e mogli) scellerate qualsiasi sia il pretesto.
      Noi al mare ci viviamo, quindi non è una meta obbligata delle nostre vacanze così come non siamo oppressi dalla calura estiva. Capisco però l’esigenza contraria ed anche noi abbiamo spesso coniugato mare (è difficile allontanarcisi anche se ce l’hai sempre a portata di mano, accidenti al matrimonio ungherese di quest’anno) e qualcos’altro.
      Tra i vari temi che si aggrovigliano da anni in questo blog c’è sicuramente quello dei luoghi da frequentare con i bambini, tra cui quelli di vacanza, che non devono necessariamente essere luoghi “per” bambini, ma “adatti anche” ai bambini. In maniera anche un po’ egoistica, all’inizio ci spaventava soprattutto la prospettiva di passare da un parco giochi ad un fast food, ma col passare del tempo, siamo giunti alla conclusione che pendolare tra luoghi non adatti ai bambini e luoghi pensati esclusivamente a misura di bambino fornisse ai nostri figli una prospettiva falsa e tutto sommato pure deprimente del mondo. Quindi, pur concedendoci ogni tanto una tappa al parco giochi e con un ritmo molto rilassato, abbiamo finora fatto delle vacanze che sono state molto piacevoli per tutti.

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