Non è un Paese per nessuno

È un bel po’ di tempo che non scrivo di attualità.
Mi deprime.
Mi disgusta.
Ed è da un po’ che mi sono resa conto che vivendo nel buco del culo del buco del culo del buco del culo dell’Italia, molte notizie, provvedimenti e faccende assumono qui altri risvolti. Paradossali.
Così finisco per chiedermi se siano quelli che hanno le idee brillanti a vivere fuori dal mondo oppure io.
Prendiamo ad esempio l’ultima trovata di pseudo-risparmio: quella di trasferire i bambini dal pediatra al medico di base al compimento del settimo anno di età.
Ora, chi l’ha avuta, evidentemente non ha mai portato un bambino dal pediatra né si è mai recato da un medico di base, esattamente come chi pontifica sulla scuola non ha figli che ci vanno.

Vabbè, glielo lo spiego io, come funzionano le cose da queste parti.
Quando ti nasce un figlio, ti scegli il pediatra.
Non quello che vorresti o quello che ti sarebbe logisticamente più comodo, ma uno tra quelli che in quel momento ha posti disponibili. Se non sei una della mamme-ben-informate, quelle che fanno parte degli esclusivi circoli del baretto, che abitano lì da sempre, che sanno tutto di tutti, che quello lì no, perché la figlia di mia cugina una volta aveva la bronchite e lui non voleva darle l’antibiotico e quell’altro nemmeno, perché un’altra volta al nipote di mia sorella dopo aver preso l’antibiotico è spuntata la coda, ti fidi dell’opinione della persona allo sportello. Insomma, fai una scelta determinante sulla salute di tuo figlio, ma non disponi di alcun elemento per scegliere che non sia il passaparola. Se non ti garbano i pediatri disponibili, puoi armarti di santa pazienza e metterti in lista d’attesa presso uno di tuo gradimento oppure andare “in privato”.
Col secondo figlio, va meglio; puoi confermare il pediatra del primo, che nel frattempo hai conosciuto, oppure ritentare la sorte.
A me, finora è andata bene. Il pediatra che mi ha consigliato la persona allo sportello è risultato di mio gradimento, nonostante la logistica svantaggiosa ed una certa tendenza all’imprendibilità. Una volta fissato un appuntamento, però, è affidabile e puntuale e siccome finora ci siamo visti per poco più che i bilanci di salute, mi ritengo doppiamente fortunata. Coi bambini ci sa fare abbastanza, con me molto di più. Mi fido di lui e questa è la caratteristica che per me fa la differenza.
Anche del mio medico di base sono soddisfatta. Non che sia un luminare, ma anche lui ha una caratteristica che per me lo rende ineguagliabile: essendo dichiaratamente e piuttosto sfacciatamente omosessuale, in un paese dove tutti sanno tutto di tutti ed in un Paese dove l’omofobia è radicata e manifesta, da lui non c’è una sala d’attesa gremita di vecchi che non hanno niente di meglio da fare che andare a lamentarsi dei dolori dell’età. Non fraintendetemi, non ce l’ho particolarmente coi vecchi, anche se la lettura dell’ultimo libro della Lipperini, che pur apprezzo come blogger e conduttrice radiofonica, mi è sembrato ancora più confuso del precedente. Ce l’ho con un sistema che ingiustamente li rende inutili ed odiosi e che non può che peggiorare all’aumentare della disproporzione tra vecchi e giovani, ovvero quando tra i vecchi ci sarò anch’io se non schiatto prima.
Dunque, immaginatevi la scena: entrate in questa sala d’aspetto piena di vecchi che tossiscono all’unisono con vostra figlia settenne con la gastroenterite ed il minore appena prelevato dal nido.
Beh, non vi aspetterete mica che il medico generico venga a fare una visita a domicilio, quando nessun pediatra ormai la fa? O che qualcuno vi possa tenere il piccolo per un intero pomeriggio? Preparatevi dunque a qualche ora di attesa tra fiotti di vomito, urla di stizza e brontolii nemmeno tanto sommessi sui tempi loro.
Se avete fortuna, risolverete in un colpo solo il problema della scuola e delle pensioni: si potranno fare classi di quaranta alunni, tanto la metà sarà sempre ammalata e metà dei pensionati verrà spedita anzitempo all’altro mondo da ripetute epidemie di gastroenterite.
Oppure, c’è una soluzione a cui non avranno sicuramente pensato i nostri amministratori, sempre attenti a non gravare sulle tasche dei cittadini: si potrà esercitare il proprio diritto di scelta ed andare “in privato”.

Categories: andare a votare, andare dal dottore, cercare quello che non ho perso | 3 commenti

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3 risposte a “Non è un Paese per nessuno

  1. oggi hanno detto che è una notizia falsa, che il ministro non ha mai detto questo… mah…

    • Sarà per questo che facevo meglio a smettere proprio di scriverne?
      Ho trovato un articolo simile sul corriere, farcito di commenti, tra cui gli immancabili “io ho sempre fatto così/non ho mai fatto cosà e sono diventata grande lo stesso” che mi piacciono tanto, in cui si precisa che, effettivamente, ancora nulla è deciso.
      In realtà, più che sul fatto in sé, questo mi fa ancora un volta riflettere sulla qualità dell’informazione in Italia oggi. Una cosiddetta informazione fatta di sparate che servono solo a sollevare discussioni inutili su provvedimenti inesistenti o di fatti manipolati ad hoc per sostenere un’ipotesi o il suo contrario.
      Non so se vi è mai capitato di leggere notizie che nella migliore delle ipotesi dicono solo una parziale verità. A me, nel mio campo, capita in continuazione e non credo che, purtroppo, il mio campo costituisca un’eccezione.

  2. Sulla disinformazione avevo scritto un post anni fa:
    http://luccioleelanterne.blogspot.com/2010/07/gli-inganni-dellinformazione.html
    Devo dire che la proposta non mi ha scandalizzata più di tanto, sarà che ho un medico di base efficiente che, al bisogno, ti visita a casa o ti manda un suo sostituto (peraltro l’ultima volta caruccio assai). Anzi, può venire anche comodo avere un unico riferimento per tutta la famiglia.
    Non vedo però come questa cosa possa portare dei vantaggi economici: bisognerà aumentare il numero dei medici di base, è evidente. Oppure piantarla con questa “pagliacciata” del medico di base pubblico e lasciare solo la libera scelta.

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