Senza parole
Da quando i suoi orari glielo permettono, è l’Uomo dei treni che porta i bambini a scuola. Io si solito mi godo, di fa per dire, una mezz’oretta scarsa di doccia in solitaria e routine mattutina.
Ma oggi ero eccezionalmente già pronta allo scadere del termine per uscire senza arrivare a scuola in ritardo ed il Minichino ha insistito per un accompagnamento in pompa magna.
Massì, perché no?
Boh, magari perché l’ultima volta ha portato sfiga e i bambini della scuola primaria prima sembrava dovessero restare fuori nonostante non fosse stato ventilato nessuno sciopero (boato di entusiasmo), poi che dovessero entrare, sì, ma da un’altra porta (boato di delusione), poi tutti di nuovo fuori (corsa e boato d’entusiasmo) mentre già la metà dei genitori se n’era andata, poi tutti seduti sui gradini ad aspettare il da farsi (mugugni di delusione), poi la mamma-genio-che-ancora-non-ha-capito-che-la-scuola-non-è-un-parcheggio che ad alta voce ha annunciato a tutti che sua figlia se la riportava a casa (pianti di disperazione) fino all’arrivo del bidello della provvidenza.
Vabbè.
Ho già detto che quest’anno la scuola del Minichino è un disastro? Beh, se non l’ho detto per filo e per segno è perché è un tale disastro che mi prendeva lo sconforto. Ed ovviamente siccome lo sappiamo tutti che la scuola la fanno le persone e bla bla bla ed oltretutto è la stessa scuola dove andava la Minica lo scorso anno e che era tutto sommato una scuola accettabile, se è un disastro è chiaro che sono le maestre a renderla tale.
La prima new-entry di quest’anno è maestra-pazzerellona. Maestra pazzerellona m’ha fatto venire un colpo perché ha lo stesso span di attenzione e la stessa produzione vulcanica di attività sconclusionate di mia suocera e le assomiglia pure. A volte ritornano. Ad un mese dalla fine della scuola, ma noi non aspetteremo tale data, ancora non sa tutti i nomi dei bambini, né chi è figlio o fratello che chi.
Vabbè.
La seconda new-entry è maestra-vecchia-ma-innovatrice. Maestra-vecchia-ma-innovatrice è arrivata appositamente dal profondissimo sud per seguire la figlia che s’era iscritta all’universitàddelnoddd. Con grande entusiasmo della figlia, immagino. Maestra-vecchia-ma-innovatrice ha l’età di mia mamma, ma avrebbe portato le loro innovazioniddesuddd. Mica siamo razzisti, siamo aperti a tutte le esperienze, noi. Per ora l’unica innovazione che si è vista è stato un traforo col punteruolo fatto come lavoretto per Pasqua. Una roba che faceva mia sorella trent’anni fa.
Dalle suore.
Vabbè.
La terza new-entry è maestra-di-religione-creazionista. Maestra-di-religione-creazionista ha suscitato il più esilarante dibattito su chi ha creato il mondo a cui mi sia mai capitato di assistere. E il tutto nella mia cucina. La ringrazio tanto per questo, oltre che per il fatto di essere la più moderata delle quattro in tema di educazione cattolica.
E vabbè?
La quarta è maestra-trasformista, precedentemente nota con il nome di maestra-canterina. Quest’anno canta poco, si vede che non ha motivi per cantare e comunque c’è maestra-pazzerellona che canta per tutte e quattro. Maestra-trasformista per tre anni aveva vissuto all’ombra di maestra-che-parla-molto-ma-ascolta-poco, che è stata mandata a risollevare le sorti della scuola-pazzerellona dove per anni aveva imperversato maestra-pazzerellona. Un ombra piuttosto ingombrante, per essere proiettata da una maestrina peperina alta un metro e mezzo scarso. Fuori dall’ombra e con l’attiva complicità delle colleghe, maestra-trasformista ha deciso di mostrarci la Luce e allora giù di rappresentazioni sacre, preghierina pre-prandiale, canti mistici e raccolte benefiche non autorizzate a favore di caritatevoli attività confessionali di sua scelta.
Vabbè?
Ora ci si potrebbe legittimamente chiedere perché non abbia tolto il Minichino da tale manicomio. Vi dirò che ci abbiamo pensato, ci abbiamo pensato seriamente, prendendo in considerazione alcune delle alternative percorribili. Però il Minichino a scuola ci è sempre andato volentieri, è molto esaltato dalle attività di continuità con la scuola primaria in cui intravede sua sorella (e poi piange) e siccome anche nel male c’è un po’ di bene, visto che ormai hanno trasformato la scuola in un asilo delle suore, almeno possiamo accendere un cero a San Precario e sperare che il prossimo anno se le porti via. E poi lui la considera la “sua” scuola e quelli saranno i compagni che si potrebbe ritrovare fino alle medie, anche se non ha trovato un degno sostituto per l’amico del cuore del nido.
“Non avrò mai più un amico come L.” mi dice ogni tanto sporgendo il labbruzzo ed io non so che dirgli perché penso che no, non ce l’avrà mai più. Ci saranno altri amici, certo, ma un’amicizia così pura, così totale, così disinteressata come quella della primissima infanzia, temo di no. Forse ci sarà un amore così. O almeno, glielo auguro.
Stamattina, tenendoci per mano, io e l’uomo dei treni che, nonostante gli alti e bassi primaverili, per me rappresenta quell’amore, dopo aver salutato la Minica abbiamo accompagnato felici il Minichino alla scuola-manicomio. Ad accoglierlo c’era maestra-vecchia-ma-innovatrice che starnazzando come al solito a voce insopportabilmente alta ha commentato così: “Macchebedddo! E che ci facciamo adesso con mammaeppapà? Ce li teniamo qui connnoi? Ci facciamo fare un lavoruzzopuralloro?”
Ora.
Se voi foste un bambino di (quasi) quattro anni.
Cos’avreste risposto?
Con cosa conta il Minichino?
Qualsiasi cosa.
Ma in questo caso, tappi che allinea su tessere numerate dall’uno al dieci. Vi faccio notare che i sandpaper numerals rappresentano invece delle cifre e sono quindi sempre dieci tessere, ma numerate dallo zero al nove.
Ora che la Minica ha cominciato la scuola il Minichino è tutto infervorato e ciò che aveva inizialmente disdegnato, in particolare il materiale più didattico, sta tornando in auge. Il confronto con il metodo canonico mi ha inoltre offerto la possibilità di riconsiderare i rapporti tra le attività montessoriane classiche, le varianti online e autoprodotte e quanto si fa a scuola.
Ad esempio, per i mancini l’indicazione degli insegnanti – non mi ricordo se l’avevo già scritto – è di tracciare lettere e numeri nello stesso senso in cui le traccerebbero i destrimani (quindi tendenzialmente dall’altro al basso e da sinistra a destra e non al contrario, come verrebbe loro più naturale), quindi nell’utilizzare i sandpaper letter/numerals un approccio coordinato sarebbe quello di lasciar tracciare al bambino mancino la forma con la mano sinistra, ma di indicare sulla tessera il punto d’inizio (alcuni set hanno quest’indicazione, altri no; i miei no). Adesso che riguardo la Minica, in entrambe le fotografie li tocca e riordina con la sinistra.

Se osservate il Minichino, non solo posiziona i tappi con la sinistra, ma ha ordinato le basi in ordine crescente da destra a sinistra (nella prima e seconda foto aveva saltato il sette, ma si è autocorretto nella terza quando gli erano avanzati tappi e tessera); non ritengo necessario (e forse utile) che per ora si adegui alla convenzione opposta perché anche la Minica ha fatto per molto tempo alcune cose “al contrario”, ma a scuola non ha avuto nessun problema a convertirsi all’ordinamento canonico; circondata da mancini come sono, ormai sono i destrimani che mi fanno un effetto strano.
L’approccio scolastico coi numeri è avvenuto legando la simbologia ad una quantità, quindi la Minica è partita col numero 1, per poi passare al 2 e al 3. Solo a quel punto è stata introdotta la quantità zero ed il simbolo corrispondente. Poi, consolidata la quantità 6, all’associazione simbolo/quantità si sono affiancati i metodi di ottenimento di quella quantità attraverso la somma – memorizzando i numeri “amici del”; ad esempio gli “amici del 7” sono 1 e 6, 2 e 5 e 3 e 4 – ed il raggruppamento e prima di arrivare alla doppia cifra è stata introdotta anche la sottrazione.
Grosso limite di questo approccio è stato quello di affidarsi nella quantificazione esclusivamente alla rappresentazione visuale, traducendosi quindi in schede da colorare: tre foche, tre gelati, tre foglie, ma pur sempre schede da colorare, come se ne trovano ormai in rete a pacchi.
Non ho una mia opinione su questo fenomeno. Da un lato ammiro la buona volontà degli insegnanti che dedicano il loro tempo a mettere a disposizione di tutti del materiale didattico, dall’altro noto che spesso si tratta di materiali ripetitivi o disorganizzati o qualitativamente bassi dal punto di vista grafico, sia nell’organizzazione dei materiali sia nei materiali stessi. Niente a che vedere con questi, per dire. E cosa pensare di insegnanti che invece vendono le loro risorse ai colleghi?
Attenzione, care drogate di pinterest (io ormai sono così “oltre” che ho i link ai pinterest altrui, così cercano e pinnano per conto mio), che qui si apre un pozzo, di tempo ed eventualmente soldi, e che non ho la più pallida idea se questi materiali, indubbiamente più curati delle italiche schede, siano le famigerate “flashcards” che usa la maestra di Inglese della Minica – e che non ho nemmeno ben capito se siano il loro equivalente oppure no – ma sono avversate dalla corrente più esperienziale.
Benchè più colorate e più strutturate del va’ dove ti porta il cuore, non sono una grande fan di questo approccio; come tutte le cose a me sembrano interessanti se prese con moderazione, ma non manca, ad esempio, il “behaviour menagement” e rispetto alle schede appiccicate ai singoli quaderni con tonnellate di colla sono forse ancora meno partecipate – l’attività didattica della Minica è, immagino, intenzionalmente rallentata dall’attività di coloritura delle schede coi pastelli che costituiva i “compiti” dei primi giorni, quando, più piccola, mancina e perfezionista dei compagni non riusciva a finire a scuola; adesso è diventata più veloce e i compiti sono attività da week-end – e forse ancora più inibenti se messe a confronto con i disegni a mano libera. A me però evocano anche un’attività più di gruppo, un’aula laboratoriale di cui trovate moltissimi esempi qui ed una classe in movimento. Nella scuola della Minica ci si muove abbastanza, si esce quasi sempre, ci sono aule di tipo laboratoriale dedicate a specifiche attività, ma le aule “di proprietà” sono disposte in maniera tradizionale. L’attività di gruppo, se si fa, è quella che gode di minor visibilità.
A proposito di schede, carte e similari, vi propongo una riflessione reduce-reuse-recycle sulla plastificazione casalinga che pur mi aveva dato tanto lustro: le carte, una volta plastificate, seppur riutilizzabili molte volte, non possono essere riciclate (avviate al riciclo); oltre a valutare l’eventualità di produrne e stamparne molte, pensate anche se intendete farne uso solo con uno o due bambini, nel qual caso potrebbe essere più economico, pratico ed ecologico rinunciare, se non alle carte, almeno alla plastificazione.
Infine, oltre a darvi le basi su cui il Minichino allinea con pazienza certosina i suoi tappi (in resina, in sughero costavano troppo; ne servono 55 e si comprano in confezioni da 100 nelle agrarie, nei centri di bricolage o nei supermercati con un ampio reparto giardinaggio) in versione bianco e nero o colore (colori codificati seguendo quelli dei regoli in uso, se in uso, nella scuola italiana), vi lascio una testimonianza la nostra versione economica dei math spindles (fuselli); al posto degli stecchi da spiedino che mi sembrano contundenti anche dopo aver mozzato l’estremità appuntita, noi abbiamo utilizzato delle bacchette da riso usa e getta (in questo caso, essendo ordinati da 0 a 9 ne bastano 45; si trovano nei supermercati con reparto cibo etnico o nei negozi di casalinghi) che non necessitavano di ulteriori ritocchi. Per raccoglierli, oltre a legarli con un bel fiocco – capacità che la Minica padroneggia da un bel po’, pur avendo snobbato i più bei telai da allacciature (dressing frames) del mondo, non per niente li ho fatti io - abbiamo usato contenitori vari, ma ci siamo divertiti coi bicchieri di carta che tendevano a rovesciarsi rendendolo anche un gioco di abilità.
Contro il femminicidio
Nei giorni scorsi, scrittori migliori di me hanno scritto contro la violenza sulle donne.
Perciò non ne scriverò.
Scriverò contro la proposta di usare il termine “femminicidio” per descrivere l’omicidio di una donna.
E proprio perché sono scrittori migliori di me, mi meraviglia che sia uscita questa proposta, senza che nessuno di accorgesse di come potrebbe diventare un’arma a doppio taglio: proprio mentre si denuncia la mancanza di rispetto, la disparità di trattamento e rappresentanza e la discriminazione contro le donne, distinguere anche dal punto di vista lessicale gli omicidi che hanno per vittima una donna potrebbe trasformarli paradossalmente in omicidi di serie B.
Dal punto di vista del risarcimento, in media, probabilmente già lo sono.
Scopro, verifico la mia supposizione, via, che il termine omicidio deriva dal Latino homicidium da homo (uomo, essere umano) e cidium (da caedes, uccisione), col significato di uccisione dell’uomo per opera dell’uomo. Come uxoricidio deriva da uxor (moglie) e cidium ed anche se vale per uccisione del coniuge è etimologicamente chiaro oltre che statisticamente provato chi uccide chi con maggior frequenza.
Insomma femminicidio, anche se vorrebbe avere la valenza di un forte che uccide un debole, al pari di infanticidio, non mi va.
Non mi piace la connotazione del termine “femmina”, nè le declinazioni al femminile dei termini professionali (ad eccezione di quelli ormai entrati nell’uso corrente, come dottoressa), ma questo è un altro post.
E proporrei, al posto di omicidio il termine omocidio, da omòs (uguale, come in omogeneo, omonimo… stavolta dal Greco) e cidium.
Uccisione di un uguale.
Affacciati alla finestra, amore mio
A volte ho immaginato i livelli di comprensione, accettazione ed interiorizzazione come fossero finestre.
C’è un qualcosa, un libro, in viaggio, un film, una situazione di cui ti ritrovi spettatore ed in quel momento la tua finestra è aperta e collocata esattamente nel punto giusto affinchè tu ti possa affacciare e guardare fuori appoggiato al davanzale. E pensare.
Può capitare che quello che vedi ti colpisca in modo particolare, ti cambi addirittura la vita. O, come ritengo io, che non sono un’entusiasta di questi repentini cambi di rotta, cambi la prospettiva da cui guardavi la tua vita fino a quel momento e che da questa nuova prospettiva derivi un magari impercettibile, ma deciso cambio di rotta.
Può essere un qualcosa di grande ed irrevocabile, ma anche una frase sentita per caso e ti ritrovi a guardare le cose di sotto in su.
Ho raccontato più episodi capitati a me, la lettura di Besame mucho, ad esempio, l’incontro fortuito con il metodo montessori, che fino a quel momento nella mia testa associavo a spartano rigore oltre che alle mille lire, o il viaggio in Perù senza il quale non esisterebbe questo blog, visto che non esisterebbero i miei figli.
E chissà quante volte mi sarà capitato di perdere delle illuminazioni perché in quel momento la mia finestra aveva le imposte chiuse o io ero distratta perché mi stavo facendo il caffè.
Mi chiedo quindi come sono le finestre dei miei figli, mentre la vita scorre loro davanti, quali sono le cose (che io ritengo) importanti che scivolano via come gocce di pioggia sui vetri e quali quelle che entrano come l’odore di terra bagnata. E quali quelle che sarebbe meglio restassero fuori ed invece te le ritrovi a svolazzare come una mosche fastidiose. E non è facile cogliere il momento giusto, soprattutto se hai più figli vicini per età, ma non troppo, e diversi per sensibilità. È bello, avvincente, sfidante, anche, ma facile proprio no.
E, dirò di più. È ancora più difficile se i figli sono di sesso diverso.
Aveva già intuito mammadidue che uno dei motivi per cui probabilmente a me, a Lanterna e rispettiva prole diversamente accoppiata è piaciuto tanto Dragon Trainer – com’è piaciuto molto anche ad altri nostri amici con prole diversamente accoppiata – è che è un film dove, è vero, i protagonisti sono un bambino ed un drago (maschio), ma la loro mascolinità è tutt’altro che stereotipata e ci sono anche personaggi femminili non classicamente stereotipati. Irrealistici quanto vuoi, ma non stereotipati. Anche nella serie di carta, dopo i primi due volumi esclusivamente one-sided, l’autrice ha aggiustato il tiro introducendo personaggi femminili non stereotipati. Curioso però che la brillante intuizione di mammadidue sia formulata da “madre di sole femmine”, chiedendosi se il fatto che uno dei fratelli sia maschio può influenzare il gradimento delle storie (e il modo di giocare). Ossia come se il modo di giocare “normale” fosse quello “delle femmine”.
In realtà, ogni bambino gioca (da solo) a modo suo, coi fratelli qualunquesessi in un altro modo, con ogni amico/a in un un altro modo ancora e con più amici variamente assortiti per sesso, livello di conoscenza ed età in mille altri modi ancora. Ho osservato come i Minici, insieme o ognuno per conto suo, interagiscono nelle diverse situazioni e ritengo che sia estrememente positivo che le esperienze di gioco siano il più diversificate possibili.
Ho notato. ad esempio, che con gli amici di vecchia data la Minica gioca “a puntate”, riprendendo il filone interrotto magari da settimane o pianificando le attività future. Nelle conoscenze occasionali un’altra “coppietta” o il gruppo misto sono sempre una carta vincente, mentre il “solo maschi” o “solo femmine”, se già affiatati tra loro, risulta più respingente. Curiosamente, o forse no, nel primo caso se la Minica viene respinta per sesso il Minichino non viene attratto per età ed i due finiscono per giocare tra loro. Nel caso “solo femmine” dipende; se sono poche ed includenti il Minichino si adatta, se sono molte, più grandi, genderizzate e tra loro affiatate tendono a respingerlo per sesso e/o per età. In questo caso la Minica solitamente si erge a paladina del fratello, venendo a sua volta esclusa e i due finiscono per giocare tra loro o racimolando gli altri esclusi.
Un’altra cosa che mi aveva colpito – e non solo me, in realtà – è che gli scrittori (anglosassoni) di altro profilo che si occupano dell’argomento non hanno figli di sesso diverso e quindi possono affrontare il problema, se lo ritengono tale, soltanto da un lato. In Italia mi viene in mente solo Genitori Crescono, dove l’argomento è stato trattato esaustivamente sia attraverso il blogstorming, sia come tema del mese (di ottobre 2010), sia attraverso articoli sulla percezione si sè, la genderizzazione dei giocattoli e i role-model (domanda provocatoria: perché però nel banner della maglietta di genitori crescono, disponibile in molte varianti di colore, c’è una ovviamente bambina con la maglietta fucsia o rosa, un ovviamente bambino con la maglietta azzurra un probabilmente bambino con la maglietta blu e un non ovviamente neonato/a con la maglietta rossa?). Anche in questo caso, i figli sono tutti maschi.
Ora, trovarsi ad affrontare la faccenda da entrambi i lati, in tutte le possibili varianti – giochi “da maschio” e giochi “da femmina” cosparsi sul pavimento, vestiti “da maschio” e vestiti “da femmina” che cambiano proprietario, il maschio che vuole fare cose “da femmina”, la femmina che vuole fare cose ” da femmina”, il primo che viene incentivato, la seconda che viene assecondata con un sospiro, il maschio che corre in bicicletta in cucina facendo la sirena dei pompieri, la femmina che si appassiona ad una saga sui vichinghi, tutti insieme appassionatamente cercando di non esprimere mai giudizi di genere, vi assicuro, è molto più difficile di camminare su uno strato di uova senza romperle.
Se poi qualcuno interviene a turbare il precario equilibrio, è il disastro.
Perché, altra considerazione che mi aveva colpito, alcuni di questi scrittori (solo anglosassoni in questo caso e non so se tutti considerati di alto profilo) hanno iniziato la propria attività perché hanno un figlio (o più spesso figlia) “atipico”: Michele Yulo, autrice di Princess Free Blog ha una figlia che sfata tutti gli stereotipi di ciò che significa essere “girl”, Melissa Wardy di Pigtail Pals ha una figlia* che adora la scienza e l’avventura così come disegnare e travestirsi, esprimendo così in maniera del tutto naturale la sua “girliness”, Cheryl Kilodavis ha un figlio che adora vestirsi da principessa.
Non è il mio caso.
La Minica adora la scienza e l’avventura così come disegnare e travestirsi. Come pure il Minichino.
Alla Minica piacciono molto anche le principesse, le fatine e tutto quello che è luccicante. Anche al Minichino, visto che le vede tenere in considerazione alla sorella, che adora, e nessuno in casa, tranne forse la sorella stessa, gli ha mai detto che sono cose “da femmina”. Fuori non so; al Minichino, come pure a sua sorella, piacciono molto anche cose tradizionalmente maschili come macchine, attrezzi e, ovviamente, treni perciò è possibile che, se qualche osservazione gli è arrivata, la goccia non abbia ancora intaccato la durissima pietra di cui è fatta la sua zucca.
La Minica non metterebbe mai una maglietta con su scritto “I’m NO princess” se sapesse quel che significa e, temo, potrebbe già intuirlo. E se finisse per ereditarla il Minichino assieme ai pantaloni che adora perché hanno un minuscolo cuoricino che spero sfugga ai più… beh, susciterebbe un involontario effetto comico che scommetto non fosse nelle originarie intenzioni dei promotori.
La Minica, se fosse invitata ad una festa a tema “Supereroi” non saprebbe da cosa vestirsi, perché lei non ce l’ha un supereroe preferito. E nemmeno il Minichino. E nemmeno l’Uomo dei treni. L’unica sarei io, che però non saprei decidermi tra l’uomo ragno della mia infanzia o Ralph Supermaxieroe, non ci farei comunque una bella figura inguainata in una tutina attillata e quindi non troverei l’idea più inclusiva di una festa a tema principesco, ma solo confezionata su misura su una bambina che non ha gusti principeschi.
La Minica, adesso che padroneggia lo script, impreziosisce la “g” con un ghiribizzo. Il Minichino no, fa ancora la “E” con sette gambe.
Eppure, entrambi hanno capito molto presto al rispettiva identità di genere, non hanno mai espresso dubbi a riguardo e non si sono mai identificati in ruoli di genere opposto.
Ruoli, non stereotipi.
La camera dei Minici ha due finestre, spesso aperte e comunque senza tende nè imposte. Una è rivolta verso la strada, dove passano automobili, moto e biciclette e, una volta al giorno, ahimè, anche il camion dell’indifferenziata con tanto di lampeggiante; da lì entrano le voci dei passanti, l’abbaiare di un cagnolino isterico e lo stridio delle rondini che hanno costruito il nido sotto il nostro tetto. L’altra è rivolta verso il giardino, è abbellita da tre piantine di primule e da lì arriva il canto del merlo e della cincia, il tintinnio del campanello attaccato al collarino del gatto che si rotola nell’erba, il vociare dei Vicini ed il fumo e profumo della griglia perennemente in funzione. Se qualcuno malauguratamente apre il composter, in questa stagione, anche uno sciame di moscerini ed altri insetti ronzanti.
La camera dei Minici ha due finestre, ma non sono una “da maschio” ed una “da femmina”, come non lo sono i due set di identici copripiumini che alterno sui loro letti: uno a colori freddi ed uno a colori caldi.
Mi piacerebbe che i Minici si sentissero sempre liberi di affacciarsi alla finestra che in quel momento a loro piace di più.
Magari insieme.
Tanto, dormono nello stesso letto.
*Errata corrige
Nonostante sia una lettrice saltuaria del suo blog, ho realizzato solo qualche giorno fa che in realtà Melissa Wardy è madre di DUE bambini ed indovinate un po’? Pure lei ha “la coppietta”. Beh, che mi abbia letto nella mente o nel blog o che, più probabilmente se ne sia resa conto da sola, il suo sito era così a senso unico che ha deciso di cambiarlo.
E nel frattempo ho trovato un altro interessante sito dedicato agli stereotipi di genere al maschile.
Quarta settimana o della famiglia
Quasi puntuale, l’arrivo della Cuginetta ha coronato le nostre celebrazioni primaverili fatte di passeggiate, scarpe nuove, lavori in giardino ed esperimenti .
La Cuginetta si sveglia mille volte a notte, ciuccia in continuazione e di dormire nella sua cullina di cartone non ne vuole sapere. Benvenuta nel club, sorellina cara.
La Cuginetta è stata molto attesa dai Minici e, mentre l’entusiasmo e la meraviglia del Minichino non sono venuti meno – e mi hanno ricordato l’accoglienza che la Minica aveva riservato a lui – la Minica ha folgorato mia madre con un “tu adesso vorrai più bene alla cuginetta perché lei è più nuova” a cui, devo dire, mia madre ha reagito prontamente e democristianamente elargendo distinguo e virtù tra i neo-cugini.
Altra differenza d’età, mi dicono.
La stessa che c’è tra me e mia sorella, per l’esattezza.
Un anno fa, tra una cosa e l’altra, ce ne siamo dimenticati
Due anni fa, invece, c’eravamo
La Lingua dell’Amore
Oltre ai compiti e alle verifiche, l’altra prova a cui il mio edificio educativo avrebbe dovuto reggere con l’inizio della scuola sarebbe stata la scelta del dialetto.
Sono infatti la prima a riconoscere che se avessi scelto di parlare ai miei figli in Italiano oggi parlerebbero un Italiano migliore, ma continuo a credere che la forbice tra l’Italiano che parlano e quello che parlerebbero oggi sia più ampia di quella che ci sarà una volta consolidata la struttura grammaticale. Anzi, non nascondo che per quanto vacuo, questo esercizio di pseudo bilinguismo potrebbe sortire risultati non dissimili da quelli di un bilinguismo vero, dal punto di vista della versatilità linguistica.
Se ci si fossero state delle difficoltà, ci saremmo però chiesti se ne fosse valsa la pena.
Beh, difficoltà non ce ne sono state, anzi, la Minica (ed anche la sua insegnante, a dir la verità) è conscia che uno dei maggiori pericoli in agguato per gli autoctoni sono le doppie, praticamente inesistenti nel nostro dialetto, e se ne sta all’erta.
Le sorprese non sono comunque mancate e me ne sono accorta da un bel po’.
La prima, ne avevo già accennato e la tendenza si è consolidata, è che tra fratelli si parla in dialetto e con gli amici in Italiano.
La seconda è che i diversi ambiti sono sempre più confinati, ma padroneggiando meglio le due modalità comunicative si riesce agevolmente a riversare in Italiano per raccontare all’amico cosa s’è fatto nel pomeriggio ed in dialetto a me quello che è successo a scuola.
La terza è che, in conseguenza delle prime due, quando si gioca entro un role play familiare si parla in dialetto, quando si gioca alla scuola in Italiano.
E, gente, son brividi che corrono lungo la schiena.
Non per come lo si dice, ma per quello che si dice.
Ma noi siamo bilingui e l’altra nostra lingua è la Lingua dell’Amore.
Terza settimana o de(lle figurine de)gli animali
Avevo schivato Geronimo Stilton. Avevo snobbato Shrek (ma voi gli avevate visti i ciucodraghi alla fine della prima tranche di titoli di coda in Shrek 2?) ed altri mostriciattoli. Soprattutto, avevo sepolto le Principesse Disney e non in una banale bara di cristallo dove la Minica potesse vederle, ma sotto una pila di roba che neanche i sette nani armati di vanga e piccone sarebbero riusciti a tirarle fuori.
Ma ora, ditemi voi, regine del marketing, che gli è preso a tutte le catene di supermercati dell’orbe terracqueo co’ ‘ste cacchio di figurine?
Allora, io ho la mia teoria. Praticamente che in questo cacchio di mondo tutti elaborano dati praticamente schiacciando un bottone, ma nessuno si prende la briga di raccogliere ‘sti dati, scremare ‘sti dati, validare ‘sti dati e soprattutto valutare se quello che chiediamo ai dati frullati, macinati e impilati voglia dire qualcosa o sia semplicemente una domanda a caso a cui schiacciando un bottone corrisponde una risposta altrettanto a caso.
Qualcuno tempo fa ha schiacciato un bottone e frullando, macinando e impilando dei dati, la risposta è stata: “i potenziali clienti dei nostri supermercati sono stufi di servizi di piatti scompagnati, macchine del pane e trolley pesantissimi di cui hanno già la casa strapiena e vogliono delle figurine che i loro figli si divertano a collezionare”. Solo che TUTTE le catene di supermercati hanno schiacciato lo STESSO bottone, nello STESSO istante, hanno frullato, macinato e impilato gli stessi dati ed ottenuto la STESSA risposta. E TUTTE le catene di supermercati si sono messe a dar via figurine ai loro malcapitati clienti. Contemporaneamente.
Perché, a differenza di quanto avviene per le persone, se fai venti volte alla stessa fonte la stessa domanda in un breve arco di tempo, quella ti darà per venti volte la stessa risposta. Così si spiega perché in un mese aprono quattro palestre e sei filiali di banca nel raggio di venti chilometri. L’avevate mai notato?
Ed io che dai tempi del Coccio del Mulino Bianco avevo schivato i punti raccolta come se fossero dardi avvelenati sono stata ammazzata da una manciata di pacchetti di figurine.
Provate voi a rifiutare una manciata di pacchetti di figurine con due figli al seguito.
Quella di fare la spesa con i figli può essere una scelta suicida oppure ragionata, dipende dai punti di vista. Il nostro punto di vista è che sia un’occasione di mostrare loro come scegliamo quello che mangiamo, cosa e dove compriamo (o non compriamo) e perché.
A casa mia, la spesa non la faccio io; su base regolare la fa l’uomo dei treni. Lui sa. Sa i prezzi, le offerte, i prodotti migliori e si porta pure le borse di tela. Io compro al volo e piuttosto distrattamente la- quantità-che-riesce-a-starmi-in-mano-senza-cadermi-mentre-sfilo-dalla-tasca-le-chiavi-dell’auto, visto che mi dimentico sistematicamente la borsa. Spesso andiamo a fare la spesa tutti insieme; lui civetta con la signora del banco salumi che allunga ai Minici fette di prosciutto come bistecche ed io butto nel carrello roba che lui non comprerebbe mai.
Ho detto più volte che non siamo dei campioni di nutrizione; magari non compriamo né mangiamo delle assolute schifezze, ma la nostra piramide l’ha impilata un bambino di due anni ed anche in quanto a varietà siamo messi male. E dopo averci messo trent’anni a ampliare il mio panorama culinario ed altri cinque a convincere l’uomo dei treni ad assaggiare le melanzane, sono nati i nostri cloni pasta-carne-e-patate.
Comunque un altro tassello fondamentale del condividere la quotidianità coi nostri figli consiste nel farci accompagnare quando acquistiamo in azienda agricola, nel negozietto bio e pure al supermercato, così come non è un mistero il fatto che alcune cose si possono comprare dal computer e dopo qualche giorno, si spera, arrivano per posta.
Ora, se avessi avuto il tempo di scrivere il post sulla decrescita che stavo meditando da tempo e che già si intitolava “Il PIL spiegato alle mie mutande”, avrei potuto spiegare al mondo, oltre che alle mie mutande, che se tutte le ditte che producono mutande vogliono aumentare le vendite o aumentano i culi o aumentano le mutande pro culo. E dato che possiedo già un congruo numero di mutande per un solo culo di volume stabile ed una lavatrice funzionante (e perennemente in funzione) e che il mio TSM (tasso di sostituzione mutande) è piuttosto basso, l’unico modo che le ditte che producono mutande hanno a disposizione è quello di indurmi a credere che le mutande che già possiedo non vadano più bene, ad esempio perché sono blu pervinca e quest’anno vanno le mutande blu carta da zucchero. Ossia creandomi un bisogno immaginario per indurmi a comprare qualcosa che in realtà non mi serve. Potete immaginare come, applicando lo stesso ragionamento a molte cose oltre alle mutande, non sia una gran contributrice all’aumento del PIL. Al suo mantenimento anche sì, perché se qualcosa che mi serve si rompe, e, come sempre più spesso accade, non si può più aggiustare, riesco ancora a sostituirlo senza problemi. Vabbè, mugugno un po’ quando vedo che sostituire i guanti da fondo incartapecoriti che ho comperato dieci anni fa e che erano fatti in Italia mi costa in proporzione di più ora che sono fatti in Cina o in Romania e mi chiedo nelle tasche di chi sia finito quell’aumento e quale valore abbia contribuito ad aumentare.
Comunque, basare un’economia complessiva sugli acquisti superflui non mi sembra una genialata e, non aumentando il numero di culi, nella mia naiveté mi sembrerebbe molto più sensato che un’azienda cercasse di proporre mutande che siano sostanzialmente diverse da quelle delle aziende concorrenti e che con questa strategia cerchi di assicurarsi una fetta almeno stabile del mercato dei culi. L’avevo già detto, ma evidentemente nessuno mi ha cagato, ma non si possono fare reggiseni identici dalla prima alla quinta semplicemente aumentando al metratura. Aggiungo ora che se non si possono indossare reggiseni a fantasie floreali che vanno bene per educande quindicenni (sempre in taglie dalla prima alla quinta) o se per un verso o l’altro si teme la reazione del proprio compagno a della lingerie da pornostar, non resta che la merceria dove va mia nonna.
Giuro che se scopro dove vendono dei reggiseni passabili compro anche le mutande coordinate.
Tre paia.
Ma tornando alle figurine, se tutte le catene di supermercati decidono contemporaneamente di dar via figurine, non vedo come questa mossa possa modificare la mia scelta di acquirente, sia che abbia figli/nipotini, sia che non li abbia. Vuol dire che invece di fare la collezione degli animali faranno la collezione delle bestie. Essì, perché se s’ha da fare bene, la cazzata si fa fino in fondo: mica figurine diverse… mica figurine qualsiasi… ennò! Devono essere figurine educative, altrimenti che gusto c’è? E allora vai di figurine degli animali, della natura, degli esploratori…
Fu così che i Minici cominciarono ad appiccicare alla rinfusa le figurine su un quadernetto finché a scuola non resero edotta la Minica dell’esistenza di un album da completare.
Non offrire, non rifiutare, mi sono detta io. Anch’io alle elementari collezionavo figurine. E poi sono figurine degli animali, è il supermercato dove fa abitualmente la spesa mia madre ed occasionalmente io, la Minica novella padrona dei numeri a più cifre e dello script aka alfabeto minuscolo se l’è divorato da cima a fondo e mezza classe, equamente distribuita tra maschi e femmine, turbolenti e gatte morte, attacca figurine degli animali (l’altra metà attacca figurine meno sfacciatamente educative e più genericamente appropriate comprate in edicola; ora, si può indulgere in una depravazione a pagamento quando si potrebbe indulgere in un’analoga depravazione gratis? Cos’è, vi bruciano i soldi nelle mani?).
Devo dire che la faccenda delle doppie non è stata pienamente compresa né dai bambini né, con mia sorpresa, dai genitori e ad un certo punto blocchi di doppie hanno cominciato a girare in tondo diventando sempre più mastodontici e all’uscita da scuola potevi essere apostrofata con un disperato “ce l’hai la 63?” ma anche con un minaccioso “dimmi quelle che ti mancano che so come procurarmele”.
Ma dico, che è? Una gara?
Parrebbe di sì.
E cosa si vince?
E dire che doveva essere un post sulla settimana dedicata agli animali.
Spero almeno che aver scritto tante volte culo faccia impennare le visite.
Site under construction
Mi sono resa conto che l’argomento costruzioni (che oltretutto è solo un parte di quello che è emerso) era troppo vasto per lasciarlo in un commento. Allora lo ricopio e lo riprendo qui.
Costruzioni in senso lato e Lego in senso stretto: ne abbiamo di diverso tipo, “a gravità” e ad incastro. Tra le prime, i classici cubetti/triangoli/cilindri di legno, in parte colorati in parte nature. Entrambi ci hanno giocato, ma non si sono particolarmente appassionati. Insieme solo nella fase “la Minica innalza, il Minichino abbatte” ed il divertimento appunto consisteva nel processo con grandi risate da parte di entrambi, non nel risultato. Le tipologie costruttive erano sostanzialmente due: “la to*e” – sviluppo prevalentemente verticale – e “il recinto” – sviluppo prevalentemente orizzontale. Antecedente è un giocattolo Haba a metà tra giocattolo tattile e prime costruzioni che assolveva la stessa funzione di “costruisci/distruggi” tra me e la Minica e quella di “lancio/riprendi” tra i due.
Successive sono due serie di costruzioni “waldorf inspired”, autoprodotte. Una, suggerita da questo libro, è una serie di cilindri di diversa lunghezza (da 1 a 10 cm circa) e diametro (da 3 a 7 cm circa) ricavati da rami di alberi diversi (betulla, ciliegio, faggio, vite e quercia) con taglio non sempre ortogonale, non scortecciati, ma levigati alle estremità. Così open-ended che non sono mai stati cagati nemmeno di striscio. Quando gli altri materiali da costruzione cominciano a scarseggiare, a volte li ripropongo, non si sa mai; se un giorno scatterà a scintilla penso servirà solo a ricondurli alla loro originaria destinazione: la stufa.
Più fortuna ha avuto il secondo set, che potremmo definire un kapla per il primo settennio, originato dagli scarti della ringhiera del ballatoio: una cinquantina di parallelepipedi 10x5x2 in abete, levigati alle estremità. Sono stati usati principalmente per costruzioni a sviluppo verticale, inaugurando la fraterna fase “io innalzo e tu solo azzardati ad abbattere”, ma anche come pareti o mobili per la casa della nostra famiglietta waldorf, come pista per le automobiline o recinto per i coniglietti di cioccolata.
Siccome sono state realizzate a costo zero, famigliola waldorf a parte, posso anche non lamentarmi dello sporadico utilizzo; se avessi speso 20 o più euro vorrei aver aggiunto anche una fionda al mio carrello…
Ecco, visto che mammadidue citava la gonnellina di seta waldorf, sullo stesso sito c’è una sezione dressing up in cui compaiono gonnelline da fatina o mantelli da cavaliere (da 30 euro), code da sirena (da 40 euro) o vestiti da principessa (60 euro) che, se uno non sa far da sé, rinunciando al materiale nel “cosa” non mi sembrano molto diverse da articoli molto più economici (da carnevale e non, glob…).
Tornando alle costruzioni, quelle ad incastro, vulgo Lego, sono in gran voga al momento in casa nostra: i Minici sono in fase di transizione tra i duplo (età dichiarata da 1 e mezzo a 5, in gran parte ereditati da mia sorella – età dichiarata 33 – in formato basic con qualche blanda aggiunta a tema casa/fattoria) e i classici (età dichiarata 4+, solo in formato starter set e basic bricks, più una scatola di creator-peste-ti-colga-se-perdi-un-minuscolo-pezzo di cui stranamente sono sparite le istruzioni dopo che sia io sia l’uomo dei treni, fantasiosi ed appassionati costruttori dei tempi in cui eri un privilegiato se avevi le tegole, purtroppo derubati del nostro tesoro di lingotti di plastica colorati (anvedi gli svantaggi del matrimonio e della comunione dei beni… se non l’avessimo fatto, i piccoli malfattori che hanno saccheggiato il mio garage avrebbero trovato solo le mie riserve…) ci siamo spazientiti a seguire delle istruzioni che manco un armadio a sedici ante ed abbiamo illustrato con numerosi esempi i vantaggi del “fa’ un po’ come ti pare” alla Minica dapprima perplessa e poi più rilassata, scomparsa l’ansia da prestazione. Va da sé che tutti i pezzettini che non sono stati persi nel frattempo sono confluiti in un unico contenitore da cui attingono grandi e piccole mani.
È vero, i Lego si sono progressivamente trasformati da giocattolo open-ended a scatola di montaggio. La domanda è: questa trasformazione ha assecondato una domanda del mercato? Mi ricordo di aver letto molto tempo fa, sicuramente prima dell’ultimo proliferare di varianti, che la Lego era in crisi; ora sembra che ne sa uscita; sto seguendo anche il dibattito oltreoceano sulla nuova linea “per femmine”, una linea che, va da sé, non mi entusiasma affatto e che si prefigge di recuperare alle costruzioni quella percentuale di bambine che si sentono, evidentemente, respinte da mattoncini in cui il rosa non predomina o a cui i mattoncini non vengono regalati perché non si trovano nella Grande Muraglia Rosa dei negozi di giocattoli o perché ritenuti non adatti da chi compra. O semplicemente perché non vengono in mente.
Poi guardo la pagina iniziale del sito della Lego e, per quanto non mi entusiasmi la divisione in serie, non posso fare a meno di chiedermi se, in una genderizzazione così spinta dell’infanzia e la presenza della nuova linea friends non finisca per inibire ancora di più le bambine verso quelle linee che potenzialmente potrebbero non esserlo del tutto come City, Kingdoms, Creator o quelle ispirate a film in cui compaiono anche personaggi femminili non esclusivamente dediti al cazzeggio.
Non mi è infatti sfuggita, nella lista di giochi in cui mammadidue vede impegnate le sue figlie l’assenza di costruzioni di qualsiasi tipo. Insomma come la Lego crede di essere andata incontro alle bambine riconoscendo la loro maggiore propensione al role play (come ad esempio “fare shopping”; cazzeggiare l’ho detto io), io credo di essere andata incontro ai miei figli proponendo loro una versione non genderizzata e open-ended di un giocattolo che loro sono abituati a vedere in casa d’altri, che piace ai loro amici e che quindi non percepiscono come “strambo”. La principale differenza con le costruzioni “a gravità” è appunto il fatto di poter essere meno effimere, per cui da “io innalzo e tu solo azzardati ad abbattere” siamo passati in maniera assolutamente bidirezionale a “io costruisco e tu solo azzardati a distruggere con la scusa che ti serve un giallo, i gialli servono TUTTI a me”.
Tra le costruzioni in senso lato ci metterei anche la famigerata pista dei trenini di legno. Ecco. Voi immaginatevi il set base della Sevi.
E poi moltiplicate. Per dieci. Aggiungete qualche dettaglio, chenneso… un deposito circolare con piattaforma girevole del diametro di mezzo metro… una stazione… qualche passaggio a livello… una decina di convogli… e poi lasciate “stazionare” tutto questo sul soppalco, diciamo per degli anni, finchè diventerà così parte integrante dell’arredamento che lo sposterete per passare l’aspirapolvere.
Come fosse un divano.
Piove
E potremmo dire un sacco di cose in proposito, ma siccome non pioveva da un sacco di tempo mi ero nel frattempo dimenticata che i Minici sono momentaneamente sprovvisti di ombrello.
Non a caso.
Avete mai provato a comperare un ombrello da bambino (e con bambino, intendo bambino/a) avendo l’assurda pretesa, chennesò, che fosse non dico perfettamente unisex, ma almeno non sguaiatamente genderizzato né platealmente decorato con un qualche personaggio facilmente riconoscibile?
È impossibile, e posso dirlo perché gli unici due esemplari a spicchi colorati li ho comperati io anni fa e mai più li rividi in commercio. Quando ho dovuto rimpiazzarli, dopo aver setacciato ogni sorta di supermercato/negozio/bancarella del mercato, ho dovuto ripiegare su due ombrellini di plastica trasparente, uno sul ROSA ed uno sull’AZZURRO, ma almeno entrambi con disegnini di Tom e Jerry, icone non particolarmente ubiquitarie né di genere. Peccato che siano durati a malapena da scuola a casa.
Ora voi vi chiederete il perché io mi incaponisca anche sugli ombrelli. Non è che debba passare l’ombrello da sorella maggiore a fratello minore. Non è che voglia comperare necessariamente due ombrelli identici o anche solo molto simili, anche se ovviamente verrebbero delle foto fantastiche.
No. Il fatto è che non c’è un perché. Ma non c’è neanche un motivo per cui non debbano esistere anche ombrelli che non siano sfacciatamente da maschio o inequivocabilmente da femmina. Esistono anche un milione di colori e disegni e possibilità per cui io non debba sentirmi obbligata ad etichettare i miei figli in maschio-supereroe-avventuriero e femmina-principessa-gattina solo perché piove.
Esistono, è vero, degli ombrelli – costosissimi, pesantissimi e scomodissimi – col manico in legno a forma di animaletto ed altri ancora essi stessi a forma di animaletto, ma sono più giocattoli che ombrelli.
E per quanto possa essere una patita del legno, acqua e legno non vanno particolarmente d’accordo.
E per quanto creda che i bambini vadano vestiti ed accessoriati da bambini finché sono bambini (e che gli adulti, in particolare le adulte, debbano cominciare a vestirsi – comportarsi – da adulti quando non sono più bambini da un pezzo), mia figlia mi aveva già cassato un ombrellino rosso con un micro Winnie the Pooh, figuriamoci uno a forma di ape con gli occhi di fuori (avevo trovato, a dir tutta la verità, un paio di ombrelli da femmina passabili e ad un prezzo equo, ma provate voi ad avere due figli necessitanti ombrello e a tornare a casa con – o, in questo caso, farvi arrivare a casa – un ombrello solo)
E per quanto possa essere esterofila, pagare la spedizione più dell’ombrello mi rompeva un po’.
E se non credete ci sia una differenza provate a cercare su google immagini “kinder regenschirme” o “child umbrella” invece di “ombrello da bambino”, ma non lasciatevi trarre in inganno se vi sembra di vedere qualcosa di vagamente passabile; se i link in Tedesco o in Inglese nella maggior parte dei casi rimandano a siti dov’è invece possibile acquistare direttamente (più 20 euro di spese spedizione, glob), quelli in Italiano sono gadget aziendali acquistabili a centinaia oppure di belle foto di bambini con meravigliosi ombrelli arcobaleno come quelli che avevano i Minici nel tempo che fu o aggregatori che rimandano a siti cinesi con traduzioni che farebbero sbellicare dalle risa se non fossero indice del fatto che anche nel commercio su internet abbiamo provveduto a sgomberare il campo.
Per fortuna ha smesso.
Così posso smettere di pensare agli ombrelli ed andare a comperare un paio di scarpe per la Minica.
(Risate in sottofondo)
Seconda settimana o delle piante
Le temperature polari di quest’inverno hanno fatto meno scempio di quanto previsto; tra i morti so contano le fragole che comunque avremmo sostituito, una salvia ed un paio di lavande. L’ulivo della suocera è miracolosamente sopravvissuto, e i due rosmarini ne sono usciti assai malconci ma ancora potabili, nel senso di recuperabili dopo intensa potatura.
In questa settimana non ci siamo dedicati molto al giardino, a dir la verità: incombeva la Pasqua e il tempo non era dei migliori, ma avevamo già provveduto in quella precedente, con nuove piantine di basilico, nuove fragole, appunto, e qualche primula.
Proprietà del gatto grigio
Lasciare peli scuri sulla roba chiara.
Lasciare peli chiari sulla roba scura.
Se prendete un gatto, che non sia grigio per carità!
The big black project #5
Dunque, avevo cominciato a fare alcune riflessioni sui giocattoli ed i giochi open ended.
Faccio un paio di precisazioni.
Per non fare confusione, non userò (o cercherò di non usare) questi termini come sinonimi, ma con una diversa accezione; per giocattolo intendo quindi un oggetto (o una serie di oggetti), per gioco una serie di azioni che possono svolgersi con o senza l’ausilio di oggetti. Le costruzioni sono un giocattolo, costruire è un gioco, per intenderci.
Per open-ended (letteralmente “a finale aperto”) intendo invece un giocattolo che non ha un utilizzo dichiarato oppure un gioco che non ha uno svolgimento stabilito da regole. Un puzzle non è un giocattolo open-ended, mentre le costruzioni generiche lo sono, nascondino non è un gioco open-ended, mentre un gioco di simulazione probabilmente lo è.
Già con questo credo di aver chiarito che secondo me open-ended oppure no non corrispondono necessariamente a “bene” e “male”. Credo che in giro si possano trovare innumerevoli esempi e dissertazioni su come dei teli di seta colorata ovvero il computer educativo siano “il meglio” in fatto di ausilio pedagogico. Esteticamente preferisco i primi al secondo, che oltretutto fa rumore, come, esteticamente, vorrei ammantarmi nella semplicità di frasi come “less is more” e “The more a toy does, the less your child has to do“.
Non riesco però a fare a meno di chiedermi: sarà poi vero?
Convinta dalle asserzioni pedagogiche diversamente mainstream ho proposto ai miei figli fin dalla più tenera età dei giochi non convenzionali oppure non-giochi, li ho osservati e nel frattempo ho continuato ad informarmi sull’argomento.
Da un po’ sono giunta infine alla conclusione che il metodo montessoriano e quello steineriano, che spesso vengono accomunati, mischiati e frullati con accompagnamento di tante belle fotografie sono in realtà, almeno su questo aspetto, in contrapposizione tra loro.
Innanzitutto quelli montessoriani non sono giocattoli, ma materiali. A voler estremamente ed anche un po’ brutalmente sintetizzare, il metodo montessoriano in senso stretto non prevede attività di gioco o simulazione: tutte le attività, anche se non producono PIL sono attività “vere” e i materiali impiegati, per definizione auto correttivi, hanno un unico modo “giusto” di essere usati.
I giocattoli steineriani non dovrebbero, al contrario, suggerire un utilizzo univoco e quindi ogni utilizzo possibile è ugualmente giusto. Anche le attività steineriane sono spesso poco finalizzate e più incentrate sul processo che sul risultato. Alcune di voi avevano già indicato come molte volte l’etichetta “steineriano” o “waldorf” venga erroneamente appiccicata a generici giochini in legno/stoffa che non possiedono queste caratteristiche, per cui spero di essere nel giusto se per giocattoli steineriani intendo le bambole in stoffa con i lineamenti abbozzati, spesso autoprodotte, le figurine ostheimer o ancora le costruzioni a blocchi irregolari in legno grezzo.
Ho più volte raccontato di come i miei figli fossero fortemente attratti dai giocattoli plasticosi, luminosi, parlanti, semoventi che trovavano in casa altrui che per lungo tempo sono stati banditi da casa nostra (e tuttora vi sono mal accolti, ma soltanto da me), ma non so se avevo mai esplicitamente detto che i (pochi) giocattoli steineriani open-ended che possediamo non li hanno invece mai entusiasmati. Non so esattamente cosa non funzioni, se la commistione, la contaminazione, la tipologia o chissacchè. Fatto sta che se almeno per i materiali montessoriani hanno almeno trovato innumerevoli utilizzi sbagliati, i giocattoli steineriani, dopo un breve guizzo dovuto alla novità, sono rimasti, quelli sì, soltanto a prendere polvere.
Recentemente mi sono confrontata sull’argomento con l’uomo dei treni che non si è mai entusiasmato per queste approssimazioni ed anche lui mi ha confermato di essere sempre stato infastidito dall’inesattezza dei particolari, dal dover fare “come se”, quando, con minimi accorgimenti si sarebbe potuto avere il “come”. Insomma, entrambi ricordiamo di aver avuto un periodo in cui l’accuratezza dei dettagli era una cosa importante e “far finta” non bastava più.
Così, continuo a riguardarmi queste mensole monastiche in cui troneggia, solo, l’affarino per infilare gli anelli dell’ikea e penso alle mie, dove, assieme al suddetto affarino, in pochi anni e nonostante tutti i miei sforzi preventivi si è accumulata una caterva di roba di varia provenienza che guai, guai, guai a buttare via.
Ma guardo, e ascolto, anche i Minici mentre giocano e li vedo spesso giocare in modo-open ended con giocattoli non open-ended oppure con non-giocattoli che, però devono essere dichiaratamente non-giocattoli: cassette della frutta, scatoloni, coperte, cuscini del divano… mi ricordano il passaggio del libro di Sharifa Oppenheimer, che tuttora ritengo una delle letture fondamentali per approcciare il lato a me più congeniale del metodo waldorf, in cui racconta come i suoi tre figli passassero ore a giocare ad un interminabile gioco open-ended originalmente denominato “the game”. Il “game” dei Minici in questo periodo consiste prevalentemente nel trasporto di oggetti atti alla sopravvivenza ed alla costruzione di rifugi in vari punti della casa o del giardino per ospitare la Minica ed il Minichino aka Formichina, detta Fomi, che a volte è suo figlio antropomorfo a volte un animale di varia natura a volte un alunno, antropomorfo o meno. La Minica pianifica, pontifica, dirige e costruisce. Il Minichino la segue in perpetua adorazione finché, stremato, si addormenta in uno dei rifugi, con un cappello di paglia in testa e un foulard annodato attorno alla vita.
Ho già raccontato di come l’approssimazione fosse un mio cruccio carnascialesco; certo, anch’io volteggiavo ammantata in uno scampolo (a quadretti bianchi e verdolini, un fantasia ben poco principesca, a dir la verità… a proposito, chissà che fine ha fatto…) personalmente vinto ad una pesca di beneficenza per fare la principessa Sissi ascoltando il Concerto di Capodanno, una volta all’anno, o le ninfa mentre ascoltavo Le Quattro Stagioni di Vivaldi o La Moldava; a tanto ammontava la discografia di casa mia che reputavo volteggiabile. Però se c’era l’occasione per fare un vestito apposito, allora mica si potevano trascurare i dettagli.
The big black project #1
The big black project #2
The big black project #3
The big black project #4
Purtroppo, nei vecchi post i link a post precedenti e la maggior parte delle foto sono andati persi dopo la chiusura di Splinder. Per i primi ho messo un “cerca” a destra (il titolo del post appare – a me in basso a sinistra, a voi, non so – passando sopra al link col mouse). Per le seconde provo a recuperare quel che riesco.
Prima settimana o della terra
Questa prima settimana è cominciata e finita un po’ tumultuosamente, con l’uomo dei treni che ha deciso di avere la sua solita crisi affettivo-esistenzial-primaverile, i Minici che prima non si sono messi d’accordo sulla simbologia delle candeline e poi si sono messi d’accordo nel logorarmi i nervi già provati dalla crisi affettivo-esistenzial-primaverile dell’uomo dei treni.
Nel mezzo non si segnala un granché, se non che il grano è spuntato e cresce rigoglioso.
Quest’anno la Minica ha proposto una variante (si capisce come si siano allentate le redini delle celebrazioni in questa casa e chi è che le stringe saldamente in pugno?) che consiste nel non seminare un quadrante della corona (terra) e distribuire i semi solo all’interno di una forma (da biscotti) che rappresenti simbolicamente gli altri: una foglia per la settimana delle piante, una gallina per quella degli animali e l’immancabile cuore per quella della famiglia.
Il risultato non è perfettamente intellegibile, ma vabbè.








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